C’è una gioia nuova negli occhi del popolo afgano, una gioia che va un po’ oltre la guerra, i morti, i kamikaze, le stragi….
Una gioia che profuma di purezza, di entusiasmo semplice e coinvolgente!!
Finita ormai la lunga dittatura talebana che aveva immobilizzato il paese costringendolo in un medioevo fanatico e oltranzista la nazione sta faticosamente tentando di rialzarsi.
Per gli abitanti si tratta di una vera e propria rivoluzione, sono, infatti, permessi la musica, le danze, i giochi, i libri e finalmente anche lo sport
I ragazzi e gli uomini di Kabul hanno finalmente gettato i loro pantaloni larghi e le loro tuniche per una partita di calcio post-talebani.
Oggi non è più così, oggi gli uomini di Kabul sono finalmente liberi e uguali ai milioni di persone in tutto il mondo che si divertono prendendo a calci un pallone.Oggi i tifosi sn liberi di urlare la propria gioia, di festeggiare di prendersi in giro come qualsiasi appassionato di calcio.
Ben diversa invece la storia delle giovani afgane che giocano a pallone.
La nazionale femminile di calcio afgana ha debuttato all’estero, in Pakistan, per affermare la propria indipendenza. 20 giocatrici, due allenatrici e un coordinatore, tecnico capo e portavoce di una squadra femminile nata tre anni fa e mai messa alla prova.
Una vera scommessa in un paese dove le donne sn ignorate quando non maltrattate, uccise, discriminate e violentate.
Nell’agosto 2007 per la prima volta nella storia del paese la nazionale afgana ha attraversato il confine, come squadra riconosciuta, con le maglie sociali, i gagliardetti da scambiare, le tute uguali. Una squadra di calcio cm ogni altra squadra, che portava cn sé solo la voglia di giocare e divertirsi. Un espatrio consentito e finalmente, addirittura incoraggiato. Sono andate in Pakistan per partecipare al terzo «Torneo femminile”.
La normalità è lontana, eppure non è mai stata così a portata di mano.
Il viaggio in Pakistan è storico, perché fino ad allora le ragazze, si erano esibite in partite amichevoli con formazioni di quartiere e bambini. Si tratta, infatti, di una squadra giovanissima nata grazie alla fine del regime talebano a alla forza di volontà di questa incredibili donne cn tanta volga di giocare e di vivere quanta forse noi non potremo mai capire.
Restano ancora molti passi da fare. Alle squadre femminili è vietato giocare contro gli uomini. Non esistono società, solo un gruppo che si allena nello stadio di Kabul.
Il campo è sempre malridotto, servono troppi soldi e già è stato difficile reperirli per la trasferta storica. Partenza all’ultimo minuto. Mai uscite dal loro paese, dalla loro città, mai usato il campo intero. Ne sfruttano metà e lavorano con le due allenatrici femmine anche se quando bisogna entrare in campo, la formazione la decide l’uomo di casa.
Al Jinnah sport stadium di Islamabad (capitale del Pakistan), le iscritte indossano il berretto da baseball e le tute lunghe. Non portano mai il velo, durante gli allenamenti stanno spesso a capo scoperto e sembrano convinte che questa nuova generazione farà la differenza e la farà giocando a pallone. Sanno quanto è stato importante uscire dal paese per giocare: finalmente è riconosciuta dignità nn solo allo sport cm mezzo di emancipazione ma ad una donna che fa sport come rappresentante dell’intero paese.
A Kabul la situazione non è ancora così rosea ma nessuno accenna a voler mollare
Forse non cambierà nulla o forse cambierà tutto, ma le donne afgane c stanno provando, coi tacchetti ai piedi e il sudore che cola lungo la fronte; con la voglia di correre e rispondere a suon di goal al sangue e alla violenza.
Le afgane vogliono uscire dal caso sociale per diventare una nazionale che si gioca un posto nel continente. Non nel 2008, ma la prossima volta.
L’emancipazione dell’Afghanistan che non segue linee rette e passa per lo stadio di Kabul, con tutti i suoi fantasmi.
Durante il regime, infatti, le partite erano interrotte per giustiziare delle persone, affinché tutti i presenti potessero vedere e meditare.” Zarmina, madre di 5 figli, aveva ammazzato il marito. La picchiava da anni, non c’è stato processo, solo un campo spelacchiato dove inginocchiarsi in mezzo a gradinate vuote e morire.Sopra la stessa area di rigore dove Zarmina è stata giustiziata il 16 novembre 1999, oggi, Shamila Khusrid entra in scivolata su un’avversaria.Sul terreno di gioco ci sono ancora i bossoli delle pallottole e le macchie di sangue…
Lo sport era considerato fuorilegge, non esisteva un campionato interno e le squadre nn potevano partecipare ad alcuna competizione internazionale.
I talebani permettevano il gioco del calcio solo in occasioni speciali, ma con bizzarre restrizioni. Per evitare di mostrare la pelle (che per i talebani è un atto anti-islamico), i giocatori dovevano indossare maglie con maniche lunghe e pantaloni lunghi.
Persino gli applausi erano banditi: gli spettatori dovevano mostrare il loro entusiasmo in maniera appropriata, urlando solo “Allahu Akbar!” (Dio è il più grande).
Uno degli episodi più clamoroso durante la dittatura talebana si registrò nel 2000. Durante una partita a Kandahar contro una squadra pakistana, i membri della polizia religiosa entrarono in campo per arrestare i calciatori pakistani. Motivo: indossavano calzoncini corti!
Cinque calciatori riuscirono a fuggire e a mettersi in salvo nel loro consolato di Kandahar, mentre gli altri furono rasati a zero per punizione.
Certo fuori dagli stadi, fuori dai campi di gioco, dopo il fischio finale, dopo la partitella tra amici bisogna fare i conti cn le mine, cn l’oppio, coi lutti, le pallottole e i pericoli di una società in equilibrio precario sull’orlo dell’abisso.
Ma per una volta, per 90’ il calcio è arrivato laddove la comunità internazionale ancora stenta a giungere…
…per una volta tra i campi insanguinati di Kabul e il campo verde dei paesi ricchi di diverso c’è solo la lingua dei tifosi!!
Laura

Questo post è stato pubblicato il
Aprile 9, 2008 a 3:55 pm ed è archiviato in Senza Categoria. Contrassegnato da tag: afghanistan, calcio, diritti, donne. Puoi seguire tutte le risposte a questo articolo attraverso il RSS 2.0 feed.
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